LE DELIZIE

DELLA VILLA

CASTELLAZZO

Defcritte in Verfo

DALL’ ABBATE DOMENICO FELICE LEONARDI LUCCHESE

Fra gli Arcadi

IL DO SIO FOLOETICO.

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A SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR CONTE

DON GIUSEPPE ANTONIO ARC0NATI-V1SC0NTI

Regio Feudatario D’Arconate , Guanzale , Rovelafca , Cirimedo , Fenegrò , Lomazzo e Signore di Caftellazzo , De’ Signori LX. Decurioni dell’Ecc,”'1 Città di Milano, Regio Luogotenente del Vener. Spedai Maggiore della medefima , Gentiluomo di Camera di Sua Maeftà la Regina d’Ungheria, e di Boemia ec. ec. ec. , e fuo Conligliere nel Supremo Conliglio d’Italia ec. ec.

Domenico Felice Leonardi .

s

L 7 E le Superbe Singolari delizie della rinomata Uilla di Cafiellazzo meritavano un afsai valente Cantore , che le celebrasse , non deve TE. V.. attribuire a Soverchia mia temerità , /e io, che pure arrogare non mi poSso un tale onorevole titolo, così deScritte in Rima, ardiSco con il di Lei venerato Nome in fronte pubblicarle . So , che qualora ctveSsi dovuto mifurave con T ardire le mie forze , Sarebbe in me venuto meno qualunque violento de fiderio di avventurarmi ad un miprefia , per la Sua difficoltà d’ efito troppo incerto ; Ma fìccome non d’altronde ho preSo c on figlio , che dalle infinite obbligazioni, che all’ E. V. per mio Sommo onore proSeSso; così Senz aver riguardo alcuno alla Scapezza de miei talenti , ho cercato appagare prin- cipalmente l'ardente brama, che aveva, di Sur le conoScere la riSpet- toSa mìa gratitudine , per cui , Se non a^ro > desiderava i di Lei Segnalati benefizj in qualche maniera rimeritare .

Per

Per la qual cofa non così toflo intefi , che di quefla fontaofa Villa s’incidevano qui i Rami, per pubblicar fi nella gran Raccolta di tutte le P ille di quefio Stato , mi venne in animo eh far , che ficcome quefla per vaflità, per difegno , e per delizie vince tutte le altre , fe ne formafse della mede firma ancora un Edizione , la quale fopra tutte fi diflinguefse ; lufìngandomi , che non farebbe riufeito all E. V. dif gradevole il vedere , che quel poco tempo , che all afsiduo fludio della Giurifprudenza ini avanzava , anziché ad un più lungo ripofo , et al divertimento , fofse da me impiegato in celebrare , febben rozzamente , un Opera , che per efser tutta pro- duzione delle ben regolate idee di V. E. ciafcheduno la trova , quale veramente fi è , magnifica del pari , e perfetta .

Che fe poi alla nobiltà del foggetto non ha , neppure in parte, corrifpoflo la debil mia Mufa , vuolfi dall' E, V. accagionacene,

non fa vafiita del dìf ’egno , capace di fgomentare qualunque ingegno , del mio più fervido , e per lungh' ufo alle Poetiche deferì- zioni afsuefatto ; ma ancora la favorevole accoglienza , con la quale fono più volte fiate da Lei ricevute le mie Compofizioni , per cui pareami di potermi lufìngare di qualche loro perfezione . Ed in fatti giuflo motivo io aveva per credere di non andare in quefto mio p enfierò ingannato , ef senio , come ognun fa , fcevero afflitto da ogni pregiudizio il difeernimento , che ha in efsa Lei formato la coltura d ogni più ferio , ed ancora ameno fiudio , non mai trafeurata an- che in mezzo a que rilevanti impieghi , che a gran ragione conven- gono alla fublime , e penetrante Mente di V. E. unita al /àngue illufire , e per tanti fecali chiarifsimo , che nella medefima è trasfufo. Per la qual cofa di quella fiefsa immortalità di nome , che prefso ancora le firaniere Nazioni , con le fue rare doti Ella fi è acqui-

fiata,

fiata , ben mi giova fperare , che qnefl’ incolti miei V r fi parteci- pandone , riufcirà loro render durevoli incontro agli anni quefle de- gne Opere dell’ E. V. , le quali benché meritino per la loro bellezza perpetuamente confervarfi , ciò non pertanto dovercbbero anch' efse foggine ere , per la mifera condizione delle cofe mortali , alle frane vicende del tempo , che il tutto confuma. Gradifca adunque l'E.V. il penfiero , che mi fon prefo non folo di fabbricar loro uno flabil riparo contro quefla inevitàbil rovina ; ma di trafmettere ancora a quei , che verranno , un { Ingoiare monumento del di Lei nobil penfare , anche in ciò , che riguarda il folo ojieflo divertimento .

INvan, Signore, in tele, in marmi, e in carte.

Altri s’ affanna per ritrarti al vivo,

E invan ia Cetra io temprando , e ferivo. Che non v’ha idea, che pur t’adombri in parte.

Timida incontro a Te fmarrilèe l’Arte ,

E dice, ov’A quel foco , ond’ altri avvivo.

Cui , febben morte l’ha di fenfo privo,

Novella vita il mio iàper comparte.

Ma le tue geffa in rammentar fi fianca La Fama , e lènza lor l’ Effigie iftelsa Appare agli occhi altrui men vera, o manca,*

E perchè a’ Vati d; eternar coftoro

S’alpetta , infieme a tua fembianza imprefsa.

Io pur m’accingo, all’ immortai lavoro..

A Te , Signor , che a quefto bel difegno Fra’ più gravi penfier delti già loco , Rivolgo i voti , e Te mio Nume invoco A rifchiarar col tuo Iplendor l’ ingegno ;

Ma tue bell’ Opre fon già fatte fegno

Alle mie Rime : ah! quello è feltro, e il foco, Che di Cigno qual fui negletto , e roco,

Di lor laude mi fa Cantor piu degno.

Per Te già veggo a miglior riforte

Le Moli , che ammirò l’ età vetulta ,

Onde fu in grido Babilonia , e Roma ;

E invan difserra all’ avvenir le porte

L’ invido tempo , eh’ egli ha meta angulta Per render grand’ opra opprefsa , e doma .

S Aggio Nocchier fe pria , che al mar s’affidi Su dotte Carte il guardo fifsa , e intento L immenlo Ipazio , e gli empi Icogli infidi Dell’ inftabil mifura ampio Elemento ;

Pallido in villa , il luo primo ardimento

Par , che condanni , e in luo penfier diffidi; Poi fatto elperto , col favor del vento.

Agli amici s’invola, e a’ patrj lidi*

Nel vallo mar di tue bell’ opre Iciolgo ,

Signor , le vele al mal ficuro ingegno,

E a quello Foglio l’avido Iguardo io volgo;

Ma un dubbio corlb alla mia debil barca

Veggo delcritto , fe non v’ha eh’ il fegno Polsa additarmi , e dir , di qui 11 varca .

DI Babelle non più , di Roma , e Egitto La fatale rovina or fi rammenti ; Maravigliando qui veggan le Genti,

Che non fu all’ opre eccelle il fin prelcritto

Quello , che gli anni infulta , Albergo invitto.

Sede non è di Regi alti , e pofìenti ;

E la materia a’ defolati , e Ipenti Templi già non rapì profano editto.

Ma Tu , Signor , di vallo impero degno,

L’ altera idea nel tuo penfier formalli ,

E i tuoi telor compirò il gran dilègno ;

Pur tal Mole fuperba al Cielo alzarti ,

Che Ipinta hai l’Arte oltre l’ulàto legno,

E ben Tu lòlo a tanta imprelà balli.

OVe di Cedri al par rara , e feconda

Selva gentil verdeggia , e fa più ameno Con l’ odorala , e ben telsuta fronda ,

In varie gnife ornato , il bel terreno ;

Nuova Mole s’eftolle, e quali freno

Por debba a’ venti , a lor fovralta , e Iponda Di forma all’ umìl bolco , cui meno Dolce il frutto non viene , ond’ egli abonda .

Stupido xelia il Pafseggiero , e ammira

Il vallo Albergo , e a fe ftefso non crede , E incerto il dubbio Iguardo attorno gira;

E non è quello ( dice ) il nobil Tetto ,

In cui primier s’incontra rocchio, e vede? Oppur cangiato è in lui l’ antico alpetto ?

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SE dopo lungo errar d’ elser s’avvede

Non lungi il Pellegrin dal patrio Tetto,

Un lineerò piacer gli agita il petto ,

fa frenare un fol momento il piede;

Ma dove pofa la paterna fede

Lo tragge a forza il naturale affètto ,

E ciò , che apporta altrui gioja , e diletto , Per foverchio affrettar non cura , o vede .

Tal di quell’ ampio Foro al primo arrivo

Non arrefia lo Iguardo il Pafseggiero ,

Quali fcarlò di pregio ei folse , o privo ;

E corre , ove tante il nobil lito

Delizie ha in len , che all’ occhio , ed al penlìero Più dolce fanno , e lulinghiero invito .

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(XVII.)

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Eco venite al Fonte,

O Pecorelle amabili ,

dove a piè del monte Con 1’ onda irriga i fior ;

Ivi la fete ardente ,

Defla da’ raggi fervidi Del Sol , eh’ è si cocente , Spegner potrete aitar;

E mentre al rezzo ombrofo

Cercando andrete il pafcolo,

Quel duol , che ho in feno afeofo Sfogando allevierò .

Se lungi ahimè ! s' aggira Colei, che pur quell’anima Sempre veder fofpira Pace trovar non io .

Deh ! tu , che lento pafei

Spedo con vive immagini I miei deliri , e nafei Da lor , fido penfier ,

Del vago altero afpetto Più dell’ ufàto formami Diflinta Immago in petto, Che s’ alsomigli al ver ;

Che full’ eburnea Cetra,

Temprando dolci carmini ,

Scefa quaggiù dall’ Etra ,

Cantar fu a beltà;

fdegnerà, che umile Palfor quel volto celebri , Che folo è a limile ,

Che paragon non ha .

(XVIII.)

Le piante incife ancora

Del fuo bel nome veggonlì ,

a lei già Ipiacque allora Il rozzo poetar :

Or quelito è il plettro iftebso Sulle cui corde armoniche A’ più bei concelso Per lei fummi il cantar .

Ma dall’ ubata via ,

Che fcorge all’ onda placida ,

Dove il penfier ne fvia L’ affaticato piè ?

Sovra gli ftefsi pafsi

Tofto convien ritorcerlo ;

Al Rio quindi non vafsi , Segno del Rio non v’ è .

Eppur mi fèmbra udire Colà fra falsi gemere L’ acqua , che già foffrire Non può ritegno , o fren .

Andiamo dunque all’ onda ,

O Pecorelle amabili,

Che il fianco in bulla Iponda Pobar , e all’ erba in ben .

Ma qual ftupor ! che miro !

L’ onda , che già diffonderli Soleva in vario giro Per l’ inclinato buoi ,

Cangiata qui natura,

Tentando in alto borgere , Col moto buo mibura Gli eterei Ipazj a voi .

Forfè con nuovo vanto

L antiche leggi , e ftabili , Cangiò virtù d’ incanto Al cortt fuo pritnier ?

Oppur, vinta dall’Arte, Natura invan contrattale Fuggir da. quella parte V’ l’urta impeto fier .

Già dentro al cavo fafso

L acqua rittretta aggirali ,

Cui tenta aprire il pafso Disio di libertà :

Dal difegnato varco

Aliin con forza fcagliafi , Che fciolto ftral dall’arco Ratto così non ;

E tanto in alto attende Finché librata fentafi,

Con quella , che difcende ,

Mole d’eguale umor;

Quivi la forza manca ,

E grave a tt precipita ; Stende!! in lago fianca , Perdendo il fuo vigor .

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(XXI.)

Ve’ fculta in rozza pietra

D’Amor qui doppia immagine ;

Lo Arale , e la faretra Dimofira il fuo poter ;

Dall’uno, e l’altra nafce

Onda , che al pianto , e fintile , Di quello fol fi pafce Il Nume menzogner.

Impugna un altra , e ftringe ,

Terlb criftallo lucido,

E intorno il Sol vi pinge Iri vermiglia, e d’or;

Che tra 1’ argentee fiille,

Che quel criflal coronano, Rifratti i raggi a mille Spiegano i bei color .

Sotto alla foglia infida

L’ acqua riftretta afcondefi ,

E appena il piè v’affida L’ incauto Paiseggier ,

Che dalla fòglia ifiefia Vibrarli in alto vedefi Altera l’onda, e in fpefsa Pioggia quindi cader .

Dall’ incavate nari

D’ un gran Delfino fgorgafi Doppia forgente, e i mari Rafsembra or qui fòlcar :

Vago Fanciul fi afside Sovra il convello , ed ilpido Dorfo , qual già fi vide Starli Arione in mar .

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(XXII.)

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D’ intorno al Lago sbalza

(*) In Rame non può reftare cfprcfso l’ci- fctto,che fa qui l’ac- qua, mentre in luo- go de’ getti, che li veggono in quello incili , vi c una co- rona di minutifsi- mi zampilli, i quali formano un alzata d’acqua, limile ap- punto allanebbia.

L’acqua in minute gocciole, (*) Come vapor s’ inalza Dall’ umido terren ;

O come a’ primi albori Spefsa rugiada flemprafi Da’ fublirnati umori All’erba, e al fiore in fen.

(XXIII.)

A duro fcoglio avvinta

Ecco la bell’ Andromeda ,

Per non fua colpa Ipinta A rea morte crudel :

Milèra ! elpolte all’ onde Vede le membra candide, Pudor le copre , e alconde , Non gentil manto , o vel .

Cibo di voglie ingorde

Saran d’ un Moftro , e debbono Sotto le zanne lorde Tremule palpitar .

Tanto beltà contela

Sdegno in Giunon fe’ nafcere, Che Vergi n tal 1’ offefa Or deve riparar .

L’ orrendo Moftro intanto

Squarciata l’onda turgida,

Corre alla preda , e il pianto Avido più lo fa .

Ma ecco dall’ alto a volo

Veggo un Campion dilcendere; Or calma , o bella , il duolo Fine il tuo pianto avrà .

La fulminante fpada

Già lòpra è all’ Orca orribile ,

fìa, che a vuoto cada.

Vibrato il colpo fier :

S’incurva il moftro, e affonda, E quali attorno vedeli Mifchiar col langue l’onda Il color fuo primier .

(XXIV.)

Percofso il flutto freme

Lungi fi fcaglia , e rapido Bagna le fponde eftreme Di ipuma gonfio , e pien ;

E dalla ltefsa riva

Col moto primo imprefsoli, Precipitando arriva Sull’ arido terren .

Lungo ’l Sidonio lido

Vedi le Tirie Vergini Sul rapitore infido Incerte inorridir ;

E l’ involata intanto Delula Europa {tendere A lor le braccia, e in pianto Scioglierti , ed in foipir Tra’ gorghi d’un torrente

Non men bella , ed amabile ,

E al par di lei dolente V’ è Dejanira ancor ;

Ma dalla fponda Alcide

Vibra un fòl dardo intrepido E un colpo tal divide La preda , e il predator .

D’ Europa , e Dejanira

Or mentre al calò flebile Lo Spettator folpira ,

E altrui narrandol và.

Spinta da’ lati sfugge

Pioggia improviia, e ftupido Neiso , ed il Tor , che fugge Se finto or fìa non fa .

( X X Y. )

Entro grand’ antro afiiio ,

Come in fua Reggia , vedeii Con le procelle in viio L’ antico Dio del Mar :

Dal bipartito bofco Archi , e colonne formanfi , per fender fofco Raggio di Sole appar .

Nella profonda fede

Ubbidienti , e timide L’ acque del Nume al piede Inferocir non fan ;

E a regolar lor moto

Solo i fuoi cenni affettano * Mentr’ egli ftaisi immoto Col fier Tridente in man .

Diva , che si ti piace Abitar fra’ reconditi Sacri bofchi , ove Pace Ha fido albergo , e Amor ;

Qui il rivo, e la forefta ,

Con 1’ ombra dilettevole ,

A’ caldi giorni appretta Più grato , e frelco umor .

Sulla mulcolà Iponda

Sculte due Ninfe giacciono ,

Che al mormorar dell’ onda Il fonno iftupidì ;

Par , che del fonno fia

Ciò , che dell’ Arte è pregio , Che rara maeftrla Il ver finfe cosi .

Come fe a guerra intefi Ve’ con l’aperte fauci Due fieri Mottri accefi Entrambi incrudelir :

Non Ipargon tolco, o lingue ; Ma dolce umore, e limpido, l’uno o l’altro langue ,

O fi vede avvilir .

Dal fuolo , ond’ è vibrata ,

Serbarli in alto vedett L’ acqua cosi librata ,

Che ftretta in gelo appar;

E al picciol lago intorno Siepe di fonti inalzali ,

Da cui più vago, e adorno, Il bel marmo tralpar .

(XXVIII.)

M

Ma ohimè! d’onde fi defia

Quella , che intorno cingenti , Improvifa tempefta Se il Cielo è qui leren ?

Nel vicin’ antro afcofo

Meglio è campar dal turbine , Oh Ciel ! più furiolb Difciolto ha in quello il fren.

Fuggiam da quelle Iponde ,

O Pecorelle amabili ,

Che certo in lor s’alconde Ignota Deità :

Albergo han qui gli Dei ;

E arte d’umano intendere Io quell’ oprar credei ,

Che è fol Divinità.

V

A Che ti vai de’ bofchi amico fluolo Sentir di falde penne armate l’ ali ,

Se di vagar per l’ alte vie immortali Or t è contefo , e il liber’ ufo al volo ?

E tu , cui reo deftin concede Colo

Col dolce canto d’ alleggiar tuoi mali ,

Se a’ Faggi ombrofi in cima or più non Tali, Chi fia, che a’ tuoi foipir rilponda, e al duolo?

Eppur l’antica libertà si cara,

Par , che lo fluolo prigionier non curi ,

O che non fia la fervitude amara .

Con l’efca dolce il career fuo l’alletta,

Che in libertà non crede i lìcuri,

Se vifco , o laccio al varco infin l’aipetta.

V

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(XXXI.)

SChiera d’ affanni improvifà afsale ,

Anche in mezzo al piacer , noftro penfiero , ( Che tèmpre intorno ruota avverfo , e nero L’ iniquo ftuolo ad affrettarci il male )

La bella Pace qui ferma full’ ale

All’ affannato cor torna ’l primiero Suo bel fèreno , e gli ditèuopre il vero Bene , d’ onde lontano erra il mortale :

Che fra la turba invan crede riporta

Quella, che pur fofpira, e mai non trova, Pace , che al Saggio fol non è nafcofla .

Sol dentro albergo folitario f alma

Penfa a fe ftefsa , e nel penfar vi prova, Anche in mezzo al dolor , la ftabil calma.

(XXXIII.)

SE te negletto alla tua madre infida

Lafciare informe parto in full’ arena Già non increbbe , che non fente pena ,

Ne cura per la prole in feno annida ;

Sorte miglior iòtt’ altro Ciel ti guida

A fermar flabi I nido , e fàzia , e piena D’efca più dolce avrai la lunga vena,

Che al nutrimento del gran ventre è guida .

Quiv importuna , ed inumana turba

Già non fi infidia i giorni , o con gli Aridi Nelle placide notti il fonno turba :

Nobil’ eletto Stuol fpefso d’intorno

A te fa plauio , e ibi par , che fi invidi Le belle piume , ond’ è 1 tuo fianco adorno .

(XXXV.)

DI annofe quercie alta frondofa felva

In largo piano fi dirama , e ftende ,

E tal d’ orror vaghezza in le comprende , Che feftolo ogni bruto ivi s’ inibiva .

Co’ veltri al fianco intimorita belva

Se la fuga talor cacciata prende ,

Stolta , il fuo fcampo dalla fuga attende ,

E nel più folto bolco fi rinfelva ;

Che delufa dal iungo errar fi crede

Franca vagar nella natia forefta ,

Si vallo è il campo , e la preferitta meta;

Ma allor , che il muro oltre varcar le vieta ,

E a lei già fianca il debil corfo arréfia Della perduta libertà s’ avvede .

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(XXXVII.)

NUova qui fòrta altera Imago io miro (*)

Di lui, che fculto in marmo, ha ancora imprefso Del Lazio invitto quel valore iftefso ,

Onde il Parto tremò , l’Armen , l’ Afsiro ;

E amaro tralse al Vincitor fofpiro

Quando con vile , ed efecrando eccefso , L’eftinto Eroe , da un tradimento opprefso, Vide , e troncato a bei giorni il giro .

Da un altra morte or tu , Signor , difendi

Il Simulacro illuftre ; ei per te vive,

E in lui ferbar di Te l’ immago intendi.

Opra men rara al diflruttor de’ marmi

Ti piacque oppor ; ma di lei fi fcrive Avrà vita immortai quella da’ carmi .

(*) Quella Statua di Pompeo il Grande c copia efatrifsima di un altra, che fi conferva nella Galleria di quella Villa , fattavi^ trasferire dal prefente Signor Come Arconati , acciò non venilse dal tempo guadato un raro monumento dell’ antica Scultura . Quell’ Originale^ era in Campidoglio , e con immenfa fpefa riufeì ad un Afcendcntc di quella illuftre Cala trafportarlo da Roma a Milano .

NEI vago , e dilettolo ampio ricinto ,

Che in folto bofco , e in ralò pian 11 ftende , Per varie guile oh ! quanto mai rilplende D’Arte, e Natura un bel lavor didimo .

Dal lung’ ordin di piante , ond’ ei par cinto ,

Il forte ramo , attorto in arco , pende,

E nuova lìrada al vital fucco rende , Tenacemente agli altri rami avvinto .

Il vigorolò fullo alto loftiene

La maeflà della fpaziola volta,

Per cui raggio di Sol trapafia appena :

Morbido feggio in full’ erbette amene

Picciola valle apprefta , in fe raccolta,

D’ onde più bella appar la verde fcena .

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( X L I. )

DOve facro furor, dove mi Iprona !

Lieve lull’ ali or io

L’ erto di Lindo alpettre monte afcendo :

D eterno Allor corona JntefsQ al crine, e il tardo, e cieco obblìo. Che invidi fpargon gli anni a gioco prendo . Alma diletta Cetra ,

Se per te lol s’ impetra Fai guerra al tempo , e contrattar l’impero , Ier cui tutto quaggiù confonde, e altero Aomi. illuftri cancella in bronzi , e in marmi , In voi confido lol , pofsenti Carmi .

Troja in cener converfa , ed in faville ,

Ancor fi noma, e il Xanto,

Che di fangue mifchiò l’arena , e l’onda ;

E mille luttri , e mille,

Vivrà, che a grande onore alzolla il canto IL eccello Vate . Or chi fia , che rifponda A’ caldi voti miei ?

Anch’ io , Signor , vorrei (Se eguale han pur ragion quetti miei verfi , Non di menzogne, o vana laude alperfi)

Tanto inalzar di tue bell’ opre il grido, Ch’eterno f'ofse , e fparfo in ogni lido.

E dritto è ben , che tanto in alto attenda Qual più di loro in rima Sull’ aureo plettro celebrar ne piaccia.

Che ovunque il guardo io fìenda Vuol ciattuna l’onor d’ efser la prima.

.Ma ogni altra, o Mula, ora per noi fi taccia. Che qui polir ne giova ,

Ove ingegnola , e nuova

Mirabil opra ad eternar c invita

Suo pregio immenfo, ed in cui fpfrto, e vita

Par che fi lerbi , entro gli ttulti falsi

viva l’Arte in fuo diiègno ftalsi .

Bello a vedere in vago ordin dilpofta Del Teatro , che forma ,

Star la turba medeima Spettatrice ;

la virtù nafcofta

Sotto milferiofa , e nuova forma

Guerra al vizio perciò più lenta indice ;

Ma fra’ diletti , e giochi ,

In quelli ameni lochi,

Quali Bando in aguato , al varco alpetta L’ allegra Gente errante ; e mentre alletta Col vario corfo il mormorar dell’ onde ,

Penlìer più gravi entro la mente infonde .

Che non di Fauni , o bofcherecce Dee V’ è qui lafciva fchiera A far l'acro perfino ogni delitto ;

Ma qual regger fi dee (*)

De’ noliri affetti la rea ftirpe altera Entro ’l confin , che ha a noi ragion prefcritto , E’ in quelli marmi efprefso ;

E l’occhio nollro è d’elio,

Che in non fcoprir fra l’Odorato, e il Tatto, E gli altri Seni! , il Senfo fuo ritratto ,

Mentre par, che d’error l’Arte riprenda,

Lo llefso error col lòl vederlo emenda .

Converlo un Malso è quivi in ampio Vaio ,

Sede di Ninfe, e Amori,

E quali un lago in feno alto lòltiene :

Sempre ricolmo , e rafo

E’ il vallo letto , i crillallini umori

Benché fuggan per cieche ignote vene ;

Ma mentre il palio a volo

Stendon per entro al fuolo

Taciti, e incerti, nuova llrada al giorno

S’apron quindi improvifa, e nuovo intorno

Forman , raro a vederli , in bell’ alpetto

Ordin di cofe in fuo lavor perfetto .

(*) Qucfle fono otto Statue , che rap- prcfentano tutti i Sentimenti del Corpo , a riferva del Vedere , con le Virtù moderatri- ci de’ mcdcfimi .

( X L I I I. )

(*) La Statua, che figura il Gujlo , tie- ne in mano una vivanda , la quale par, che fumi , co- me fc fofse bol- lente, c quello non è altro le non l'ac- qua , che pafsa per alcuni angulìifsi-

mi meati della

pietra , che rap- prefenta la mede- urna vivanda.

Sgorga dall’ ampia , c cavernolà gola Di due gran Mofiri un Rio ;

Vaga marmorea conca in fen l’accoglie ,

D’ onde s inalza , e vola ,

Compreso in ogni parte, ed al natio Corfo non riede , infin , che non li toglie L’ aer librato , e denfo ,

Quel primo moto intenfo,

Che già precipitando in lui s’ imprelse ;

E benché Tacque tempre fìan le ftefse,

Nel corfo loro fon cosi difformi ,

A/r var!° ® il fonte, e par che 11 fi formi

Ma m piu parti di nuovo ecco difiinta L’ onda , e ne’ ftretti lati ,

Per cui forza raggirarli, fente,

Che a Arano corfo è Ipinta;

E dove avrebbe un di rotte , e /degnati Argini , e fponde , in fuo poter fremente , L’Arte cosi partilla , (*)

Che in più minuta Dilla Sublimarla non può forza d’ ardore ;

Anzi già dentro a quel gelato umore Fiamma vivace con gl’ igniti fali Par , che penetri , ed in vapor T efali .

Pur nell antica forma ancor mantieni!,

E folo appar cangiata

In. quegli agili effluvi , onde s’ accende

Disio ne’ noftri Seul! ,

I quali han parte viva , e fvegliata ,

Che tofio al primo loro arrivo intende Efser vicin Tobbietto,

Per cui fubito affetto

Noftre mal dome voglie urta , ed incalza , Quai belve, infane per dirupe, o balza,

S alto Ragione il freno in man non regge. Ned a’ior moti mifura, e legge.

( X L I V. )

Quindi prefso a cialcun , che il marmo addita ,

Degli Appetiti , ftafsi

Virtù moderatrice, e li governa;

E così l’Arte imita

L’ oprar de’ Saggi , e in rozzi , e nudi fafsi Le vicende più gravi anch’ efsa alterna .

Ma è tua , Signor , la gloria ,

Se qui ferbar memoria

Della fevera legge un ti piacque ,

E in quelli bofchi , ove già l’ombra, e Tacque Spiran delizia, infiem fentir fi fanno Fra’ più dolci penfier , rigore , e affanno .

Ma già fe in cor temprato ogni delire Bella virtù ti guida,

E così giulìo nel penfar comparti Provido affetto , ed ire ,

Per cui fpeme , e timore in fen s annida ,

E fempre egual dal retto oprar non parti, Migliore ah ! non potea In Te crear T idea

Opra , che fufse a’ tuoi penfier limile :

Così conforme al bel lavor lo Itile Or fofse in me , che doppia lode , e vanto , Da’ marmi avrefti , e dal mio ftefso canto . Fra quelle piante afcofa

Umile , e timorofa ,

Deh ! rimanti , Canzon , che tu non fei Qual ti formai per entro a’ penfier miei .

>

( X L V. )

ECco l’ erbofa , e al par vaga Pianura ,

U Ipiran’ aure dolci , e mattutine ;

Meta non ha ; ma folo è a lei confine Quanto mai l’ occhio in fuo poter mifura .

In piano egual diftefa è la verdura,

Che in fen non cela angue maligno , o fpine ; Ma eletti fior da inghirlandarvi il crine Vi nutre , o belle Ninfe , Arte , e Natura.

E qual fe l’ onda in cento giri avvolta Da pargoletta man full’ arfa arena ,

Segna le traccie per dovunque è volta ;

Tale di verde fuol ftrifcia conforme

Serpeggia obliqua , e della piaggia amena Il bel fondo diftingue in mille forme .

( X L V I I. )

E1 vallo Pian difiinta immago appena Cupido l’ occhio fe ne forma , e idèa , Che altra qui fcopre , di delizie piena , Sede , che in lui novel fiupor ne crea .

Confine al guardo fianco efser credèa ,

Di frondi intefla , la muraglia amena. Che , già perfetta in fuo lavor parèa Chiuder la vaga allettatrice Scena .

Ma verdi Logge , e ombrofà Selva intorno ,

Tra folte piante interminabil vìa ,

E in nuove guife il luol d’ erbetta adorno ,

Non previlli al penfier , veder fi fanno,

dove immaginarli ei non ardìa , Che quali teme d’un occulto inganno.

( X L I X. )

NOn a’ barbari giuochi or qui fi {èrba Dell’ Affricana inolpita forefta L’ ira , e il terror , palpitante , e meda Turba infelice è tratta a morte acerba ,

Tal reo piacere un Roma fuperba

Ebbe , e s udiva far trionfo , e fefia ,

Quando di fangue inferocita , e prefta ,

Fea la belva inondar l’ arena , e l’ erba .

Di Roma il fafìo , e non l’ orrendo fcempio ,

Signor , Tu imiti , e la feroce fchiera E’ tua delizia , non terror dell’ empio. :

Anzi l’ indole truce , e il fiero ifiinto ,

Che alle ftragi Iblèa {pinger l’altera.

La muove appena, e quafi fembra efiinto. (*)

(*) La familiarità , c dimcftichezza delle Fiere , che fi cuftodifcono in quefto Serraglio , è una prerogativa {ingoiare , c talmente evidente , che i più timidi ancora non hanno ribrezzo» <X accarezzarle ; onde non c finzione del Poeta ciò , che fi dice della loro maniuctudinq .

Il beone .

Orfe fui Nemèo torrido lito ,

Ebbra di fdegno ancora , il pafso affretta La fiera Madre , e il figlio fuo rapito Cerca , e minaccia al predator vendetta.

Ma lafsa ! invan di rivederlo afpetta ,

Ch’ ei F orribil non ode alto ruglto ,

fier disio di ftragi or più l’alletta, Come già nel natio barbaro fito .

Qui dove alberga gentilezza , e amore ,

Men feroce coftume anch’ egli apprefe ,

L’ ira deporta , e il naturai furore ;

l’antico , e mal ficuro nido,

Sdegna , e bacia la man , che già gli refe Nell’ inofpita felva il laccio infido .

Anzi

(LI.)

La Tigre,

DOv’ è l’ antico indomito furore

Fiera , che un di crudel tanto ti accelè ? E chi nel core le non anzi intelè Voglie defiò di placidezza , e amore ?

Sol quel disio , che d’ emular ti prefe

Nelle dolci maniere il mio Signore , Ingentilì quel tuo felvaggio core ,

E ben cara delizia a noi ti refe ,

Deh ! perche mai non veggo qui raccolti

Dell’ Ircana forefta or tutti i Moftri ,

Il raro efemplo ad imitar rivolti ;

Che raddolcito il genio truce , e fiero

Ad ogni pafio in que’ deferti chioftri Non temerla la morte il pafseggiero .

Uperbo Augel , che i fieri adunchi artigli Da’ Monti alpeftri a infanguinar difcendi ,

E i lunghi Ibridi , e il duolo a gioco prendi Degli altri augelli , e lor rapifci i figli ;

Invan col tuo furore or ti configli ,

E i genero!! alteri vanni ftendi ;

Neppur Giove , cui d’ efser facro intendi , Farà , che il volo in libertà ripigli ;

Ma s oltre a’ venti il varco or è difdetto All’ ali ardite , e dell’ accefa sfera Con franco ciglio foftener l’ afpetto ,

Non per queflo d’ onor privo farai ,

Nobile Augel , fe fra l’ eletta fchiera , cara al mio Signor , tu pur vivrai .

(LUI.)

k Uando di fdegno acceià.

1 Per gelosìa di Giove , L’altera irata Giuno Vide dal ien d’ Alcmena Nafcer il forte Alcide , Novello frutto anch’ egli Di que’ furtivi ampleisi , Che tra mentire ipoglie Coglier folea nafcofto II Regnator del Cielo ;

An gui , e ceraile ipiniè La fiera Diva intorno Al molle parto in fafce : Gli occhi iànguigni ardenti , L’ acute zanne , e lorde Di mortale veleno ,

Già già partire in brani Il tenerello Alcide Pareano , e crudo palio Farne all’ ingorda gola .

Ma in lui dall’ alto infufe

Giove tal forza , e tanta , Che il braccio ftefo , in cuna "Fraise le iozze belve ,

E compreise , e ifrinfe , Le lor fauci omicide ,

Che femivive al fuolo Caddero , e iolo in loro Debil rimale il moto Di quel vital vigore ,

Che nel pieghevoi tronco Ogni celletta afconde ;

Ma eftinto anch’ efso , alfine Laiciò diileib , e freddo ,

L’ efangue corpo a terra .

( L I V. )

Vie più s’ inaipra , e freme Il Nume irato , e giura , Che al fuo .furor delufo , Vittima fventurata ,

Cadrà fvenato Alcide .

Con la crinaglia fparfa,

Col fulminante fguardo ,

Alto fremente , incontro Nella felva Nemèa Fiero Leon gl’ iftiga .

Però non teme il forte

Invitto Alcide ; e franco Se al fier cimento refse ,

Al vivo in quello fafso Saggio Scultore efprefse .

Ve’ come fermo il pafso Con le robufle braccia L’ annoda , e flringe : invano Ei fi dibatte , e infuria , Che più (fretto l’ abbraccia : Con la nodofa mano La bocca allarga , e preme , Finche sbranata retta , Terror della forefta ,

La fpaventevol Fiera .

Ma ì nero orror d’ un bofca Quiv’ imitar non volle L’ Arte maettra , e folo In bel trionfo eftolle L’ alto valor d’ Alcide :

Anzi quel più di raro , _ Che ne’ Giardin d’ Elperia La dotta Grecia al vulgo Finfe trovarfi un giorno, Qu ivi fi vede accolto ,

Ned è menzogna , o fola .

(L V.)

Selva d’ ombrofe piante ,

Piante , che han mille odori, Forma teatro , e tutte Vengon così dilpofte,

Che tra di lor non fono L’ une dall’ altre afcofo ;

E fui terren , che adulto Sembra di viva pietra ,

Vaga forpeggia intorno. Strifoia di molle erbetta , Che d’ogni pianta al piede Forma gentil ricinto.

Ma dove Alcide ha fede ,

Dove dall’ alto fafso Limpida 1’ acqua Igorga ,

Bello a vederli , forge Muro , di verdi foglie Tutto confetto , e cinge Deliziofa Valle ,

Nel di cui fon ripofa Converfa d’ onda in lago . Quindi da’ lati s’ apre ,

E altro circonda , e ferra Ameno iìto , in cui L’onda comprelsa s’alza, Scherzando in mille guile . Ewi Fanciul , cui gonfie Pel troppo umore appajonos Ambe le gote , e Ipreme Dalle contratte labbra L’ onda foverchia in alto ;

E nel ricinto avverto V’ è , per difegno, rara ,

Urna , che in cento parti Libero il corfo lafcia All’ acqua , di cui pare Soverchiamente abondi .

Q.

Uefta è la fede , ove penfolè Hanno ,

Piene d’orgoglio ancor , l’ Ombre Latine, Et il dillrutto Impero in lue rovine Mede contemplan tra folpiri , e affanno;

E lenza fdegno rimirar non fanno

Cinto d’alloro trionfante il crine A’ Simulacri augufli , e pollo line A tanta gloria , ed il commun lor danno .

Già con le Ipoglie de’ disfatti Regni

Ornofsi Roma , e ne pompa altrui , Come del fuo valor ben chiari fegni ;

Or con gli avanzi del Romano impero

Altri s’ adorna , e quelli folo a nui Fede ci fan del fuo valor primiero ,

La Statua di Pompeo il Grande .

Uefta , che giacque fra l’arena , e l’erba, (*) Eccelfa Mole , e fol di Lui minore ,

Che qui l’alzò , non par , che più fuperba Vada , e faftofa del novell’ onore ?

Da induftre man fcolpìta , in lei fi ferba Immago antica del Latin valore ,

Non quale apparve allor , che piaga acerba all’ Alia in feno , e le trafifse il core .

Pur d’ ogni elierno adornamento fcinta

Sembra fpirare ancor quell’ alma altera ,

Ch’ egual fu fempre e vincitrice , e vinta.

Qui come in nuovo Campidoglio ftafsi ,

E fcorge in Te , Signor , l’ immagin vera De’ prifchi Eroi , e non già fculta in falsi .

Al monte alpefìre , onde fn tratto , il vanto Di durezza lafciò l’ informe laiso ,

O il ferro induflre al faticato , e laiso Saggio Scultor temprò virtù d’ incanto .

Con trillò volto , ed in lugubre ammanto ,

Ve’ le non par , che muova tardo il pafso Un folto ftuolo , e in roco tuono , e bafso, Gema dolente alle fredde ofsa accanto ?

All’ opra illuftre invan rovine , e danni ,

Ordìa P età , che P immortai lavoro

Già non temeva il fiero urtar degli anni ;

Ah , che non puote invidia in petto umano! (*) Rifpettò il tempo quello bel teloro ,

Ma cadde a un colpo fol d’ invida mano.

(*) Quelli pezzi, di ben tara fcliltura palparono anticamente per Contratto nel dominio della Cala Arconati . Chi li pofsedeva in quel tempo lcntendo di mala voglia , che altri le ne dovefse impadronire , per eccelso d’invidia , un giorno prima della confcgna , difFormò la maggior parte delle Figure , che fono in quelle tàvole di marmo fcolpite a rilievo , rom- pendo ad alcune le gambe , ad altre le braccia cc.

La ieguente lfcrizione , che è polla forto ’1 Ritratto in marmo di Gallone Conte di Foix, fpiega tutto quello , che ha avuto in animo' di rapprelentare lo Scultore in quelli marmi :

GASTONIS V. COMIT1S FOISSEI .

MEDIOLANENSJS URBIS.

ET GALLICI EXERCITUS IN ITALIA .

PRAìFECTI .

QJJI POST MEMORABLLES VICTORIAS DE CONFCE DERAT 1S HISP. REGE , VENETIS , ET PAPA At> BONONIAM , BRIXIAM , ET RAVENNANI CELERRIME' PARTAS DUM FUSOS HOSTES NIMIS AVIDE' 1NSEQUITUR CONFOSSUS INTERIIT ANNO MDX1I. JE TAT. XXIV.

EFF1G1EM , RES GESTAS HONORES FUNEBRES CONCLAVE HOC EXIBET .

JOSEPH MARIA COMES ARCONATUS ANT1QU1TATIS 1LLUSTRATOR HUNC LAPIDEM POSU1T ANNO MDCCXII.

( L X I. )

La Villeggiatura .

N Elici figliente Canzone fi pretende accennare l'ufo par- ticolare , che fi fa in due Stagioni dell’ Anno > nella State, cioè , e nell’ Autunno , da quefio diflinto Cavaliere della fina Villa , ove nel cor fio di un Mefe , e mezzo per Villeggiatura , concorre non filo il fiore della Nobiltà di Milano , ma ancora di buona parte delle Citta circon- vicine. L'abbondanza, e dilicatezza della Menfa , la fielta Accademia di muficali Strumenti , compofta da più celebri Profifiori di Milano , e tutti què divertimenti , che fino confacenti a rendere più allegra una numerofa Compagnia, firmano in quefio delizio fi , e magnifico foggiorno un tal fìflema di vivere dilettevole , e nello file fio tempo così dif- pendiofo per chi lo mantiene , che è lo fiupore di chiunque gli accade di goderne.

( L X I I I. )

d

Uando più rozza , e fiera ,

Parlava in noi Natura ,

Che fu noilr’ Alme impera ,

Vita felvaggia , e olcura,

Trafier le Genti, e in iòlitarie felve Giacean negli antri in compagnia di belve .

Quella l’ età dell’ oro ,

Felice età , fu detta ,

Perchè porgea riftoro

Acqua di fonte fchietta

All’ arfe labbra , e fean commun col gregge

Il cibo , e non lòffrìan rigor di legge ;

Ma già lenz’ ira , e tofco

Non vagar gli angui , e mai Non ftillò mele il bolco ,

con lereni rai

In Primavera eterna riiè il Cielo

Sgombro da’ lampi , e tempeftolò gelo .

Fole fur quelle , e larve

Di cieca mente, e flolta ;

La bella età difparve ,

Solo in bei fogni accolta .

Ah ! di quel tempo immaginato almeno Sorto per noi ne folse un fereno .

Quand’ anzi fur le Genti Moltiplicate , e lparfe ,

In libertà gli armenti

Più non erraro , ed arie

Ira nel core , ed in perpetue rifse

Tra que’ felvaggi abitator fi vifse .

Il palco infra Pallori

Quindi rellò prefcritto ,

E ’1 procacciarlo infuori Divenne allor delitto,

Dapoiche fu tra lor tal patto intefo,

Che in fua parte rimanga ognuno illelo.

( L X I V. )

Già dentro vii capanna

Non voller più ricetto ;

Toilo ciafcun s affanna ,

Ed erge mura , e tetto ,

D’ onde nacquer Cittadi , e Ville , e furo Negletti nomi armento, ed abituro.

Allora i primi raggi

Spuntar dell’ auree Leggi ;

Lungi dal volgo i Saggi Ebber diftinti feggi ,

E il proprio ben nel commun ben confufo Svegliò ’l disio del rett’ oprare infufo . Quelli dell’ Or puon dirli I lieti nafcenti ,

Che per natura unirli Infiem le varie Genti ,

E lafgiando il primier fiero Coftume, Seguir la voce di ragione, e il lume.

Ma tu , Signor , ritorni Ad abitar le felve ,

E ne’ recinti adorni Le manfuefatte belve Vedi venirti apprefso , e il lor furore Cangiato in vezzi , e in lufinghiero amore Dalla Città Reina ,

Che giace a Infubria in lèno ,

Non lungi vi confina

L’ eletto fito ameno

Dove l’Albergo altier s’ inalza , e tutta

La nobil turba accoglie ivi ridutta.

Molle 1’ auretta fcherza

Tra le frondole piante,

E 1’ aurea chioma sferza ,

Finifsima ondeggiante ,

A cento Ninfe , che vagando- intorno Fan più fereno, e più ridente il giorno.

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( L X V. )

L’acqua rivolta in mille Diverfe forme sbalza ;

Ora fi fcioglie in filile ,

Ora s’incurva, or s’alza,

Ed ora in lago fi dilata , e fìende ,

E qual cri (tallo infiem trafpare, e fplende .

Ricca s’ appretta , e al paro Lauta e fqoifita Menta ;

E ciò cbe di più raro Avara altrui ditpenta

La Terra, e il Mar, qui tutto abbonda, e quale E’ la materia è il condimento eguale .

Di fino argento , e d’ oro ,

Superba in mezzo (orge Opra di bel lavoro ,

Che a’ convitati porge

D’erbe odorofe amabil fucco, e manna.

Che già dolce ttillò Brafìlia canna;

E quel , che in Brani liti Dolce conforto al core ,

Galliche , e Itpane Viti Formar vital licore ,

Brilla tpumante , e tal letizia piove ,

Che non invidio il fuo Nettare a Giove.

Ma ’l fuperbo , e bel Convito (*) Improvifo or li trasforma:

dell’ Adria in feno ordito Fu ’l lavoro, onde fi forma,

Di bei frutti , e fior ripieno ,

Il novel Giardino ameno .

Dolci poma dilicate

Non da’ rami itan pendenti ;

Ma ’n diverfe guife ornate Di crittallo rilucenti S’ ergon fìepi , u’ regna altera Con Autunno Primavera .

(*) Quello c un Parterre , for- mato di Criftalli , tutti le- gati in argento, e con raro, dilegno ditìinti in differenti Pezzi , che arrivano al nu- mero di 3 3 . , i quali con- gegnati inficine compongo- no una Pianura deliziosa x abondante di qualunque^ forra di Frutti , e di Fiori fi pofsa mai dall’Arte in- ventare ec.

( L X V I. )

L’ incorante , e rio governo

Qui non cangian le ftagioni ;

Ma con fiabil giro eterno Ri cca iempre de’ lor doni Non offendon gelo, o arfura L’ amenifsiina pianura .

Su colonne criftalline

Lucid’ Arco altero fiede ,

E di fiori ornata il crine Bella Imrnago ivi fi vede ,

Quas’ in Tempio amico Nume, Sfavillar d’ etereo lume .

Da maefira mano ardita Ve’ cangiata la figura Al fottil criftal , che imita Qui dell’ onda la natura ;

Pari a quefta in alto fide ,

Coni’ avefie un moto eguale .

Sparlò quivi per diletto

Stuol di Ninfe , e di Pallori Porge in dono un cefielletto Di que’ frutti , e di que’ fiori ,

Che cortefe altrui comparte Con Natura unita l’Arte.

E perchè ricco , e del paro

Fofise il bel lavoro adorno ,

Con novel diiègno , e raro ,

Vago argenteo fregio intorno Agii ierpe , ed alle fponde Maggior luce accrefce , e infonde .

Cosi intanto la vaga

Mens’ altera ha compimento ,

E di quella infiem s’ appaga L’ occhio , e il guido , che alimento Trae da tanti Frutti eletti,

Per fapor rari , e perfetti .

( L X V I I. )

E il diletto, il gioco, e il riib, Che a ciatcun nel bel Convito Stafsi Tempre al fianco alsifo. Più foave, e più gradito Rende ’l cibo , che difpenfa La fuperba allegra Menfa ,

Ma già ver noi la fera

Tacita fìende i vanni :

Pafsa la nobil Schiera ,

E fu morbidi fcanni

Indi fi afiide , e d’ aicoltar s’ affretta

Quella dolce armonia , che tanto alletta .

Di mille faci al lume

La notte ecco s’ aggiorna :

Le tremolanti piume Non men bella, che adorna,

Scioglie Ninfa gentile all’ agii canto ,

Cui cede ogn’ altra di bellezza il vanto .

L’ amabil voce appena

L’ aer rifirerto fende ,

Che col refpir la lena Perde, ed immobil pende Stuolo d’ eletti afcoltator , cui meno Viene a tanto piacer 1’ alma nel leno .

Di mutici tiramenti

E’ 1’ armonìa concorde ,

E tra di lor non Tenti Alcun , che fi difcorde.,

Che a tutti il mio Signore alto prefiede,

E Tempre a’ dubbj palsi altrui precede .

E chi l’atcolta invano

Al fuo penfier rammenta ,

Che l’ induftriofa mano ,

Che tanto ardifce , e tenta ,

Sol da primi anni al nobil Plettro lieta Sdegnò poicia compir la bella imprefa .

Noja , triftezza , e affanno ,

Rifse , livore , e frode ,

Lungi di qui fi ftanno ;

Perfetta fol fi gode

Gioja , e piacere , che dell’ Oro i giorni Non fognata Stagion par , che ritorni . che le fu menzogna Quell’ aurea età felice ,

Già non vaneggia, o fogna,

Chi pur ragiona, e dice.

Che forta alfin , Signor , quella è fra noi , Se il più bel fiore or ne godiam con Voi .

Qualunque parola pofsa fembrare ne’ prefenti Compo- nimenti, conforme alle opinioni del Gentileiìmo , ; l’Autore fi protefta di ufarla fiolo come familiare al linguaggio de’ Poeti, non già come Cattolico, quale fi gloria , e profefsa di efiere .

Nonis Aprilis MDCCXLIII. IMPRIMATUR

F. Jofeph Maria Felix Ferrarmi Ordini s Pradicatorum Sacra Tbeo logia Magifler Commifsarius Sanili Offici! Mediolani .

Francifcus Curionus Archipresbyter Sanili Enfebii prò II- luflrifsimo , & Reverendissimo D. Vicario Generali Capitulari Sede vacante.

Carlius prò Excellentifsimo Senatu .

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